C’è un male oscuro nel calcio italiano, è un problema che parte nelle scuole calcio e arriva alla Nazionale. L’incapacità di dare il massimo, di esprimere costantemente il meglio di sè, la tendenza atavica di ottenere il massimo con minimo sforzo.

In sintesi si può chiamare mancanza di intensità. Lo si è visto chiaramente anche ieri. Al Marakana di Belgrado è scesa in campo una squadra con la pancia piena, già gratificata di quanto fatto nei mesi precedenti, convinta di poter appunto “gestire” il risultato. Per paradosso il gol flash di Marchisio ha accentuato questo atteggiamento. Da quel momento, contro una squadra impaurita e sommersa da problemi tecnici e di classifica, l’Italia non è riuscita a fare di meglio che tendere sistematicamente a rallentare i ritmi di gioco tenendo palla in maniera progressivamente più statica senza guadagnare mai profondità, senza provare mai a vincere la partita.

Ma questa è una patologia mentale che non è di un allenatore o di un giocatore. E’ un cancro del nostro sistema calcio. A 8 anni i ragazzi quando tentano un dribbling lo fanno per prendere la punizione non per saltare l’avversario. Se subiscono un fallo non si rialzano subito per sfruttare l’effetto sorpresa o proseguire l’azione ma si rotolano per terra per indurre l’arbitro ad ammonire l’avversario. Nelle pause scimmiottano i “grandi” con proteste, esultanze ed evidenze impersonali.

Ne viene fuori un gioco innaturale, per niente istintivo, poco gioioso che con il tempo induce il giocatore ad disamorarsi e a sviluppare un atteggiamento cinico e speculativo.

Penso che la mancanza di competitività dalle nostre rappresentative nazionali nasca da questa dispersione del talento che c’è alla base. Per questo ho grande fiducia nel progetto che sto seguendo da tempo con Roberto Baggio, da un anno Presidente del Settore Tecnico, per creare su tutto il territorio nazionale 100 centri di formazione e provare a sradicare finalmente il  male oscuro.