Ho iniziato ad usare i computer quando sono nati i primi Macintosh, avevo poco più di vent’anni. Eravamo ancora negli anni 80 e le prime invenzioni di Steve Jobs me le trovai tra le mani per caso. Il padre spagnolo della ragazza che frequentavo a quei tempi aveva il mitico Plus, dotato di un sistema operativo rivoluzionario per l’epoca, con già sul desktop folder e faccine che sorridevano.

La Apple stava facendo i primi passi scontrandosi contro colossi come l’IBM. Ma furono subito passi vincenti. Io mi innamorai di quella scatola che sputava floppy disk, e che utilizzai per scrivere la tesi dell’ISEF,  pensata sui campi di Coverciano. Dopo quel diploma per premio i miei genitori me ne regalarono uno tutto mio.

La mia carriera professionale è stata segnata da questo imprinting informatico. Fu una scelta di campo che mi costrinse ad inventarmi sofware per poter fare il mio mestiere di allora, il preparatore atletico. Infatti solo per poter scaricare i cardiofrequenzimenti nel mio portatile Mac dovetti far arrivare un applicativo scritto appositamente in Svezia.

Alla fine ingaggiai degli informatici e iniziai (parliamo dei primi anni 90) a far scrivere del codice in linguaggio C  apposta per le mie esigenze. Nacque anche così, per caso, la mia alterità rispetto agli altri preparatori atletici tutti appiattiti sui PC e sui sistemi operativi standard, prima DOS, poi WINDOWS. Ma MAC OS offriva innovative soluzioni grafiche e multimediali già allora e permettevano di assecondare meglio la mia creatività.

Oggi quasi tutti viaggiano con almeno una mela morsicata in tasca sia questa appiccicata su un Macbook, un IPhone, un Ipad o un Ipod, ma allora era difficile rinunciare ad essere compatibile col resto del mondo. Anche per questo mi sento vicino, nella mia immensa lontananza, a Steve Jobs. Per aver fatto, grazie a lui, anch’io un percorso, nel mio piccolo, coraggioso e innovativo. Per questo anch’io io oggi sento il bisogno di dirgli: I thank you!