C’era una volta il 4-4-2 di Sacchi e il 4-3-3 di Zeman. Sistemi chiusi. Posizioni in campo rigide, comandi ferrei, movimenti automatici. Metodi di allenamento ripetitivi. Creatività ridotta al minimo.

Il modo di stare in campo era solo in funzione dell’idea forte dell’allenatore. La bravura del giocatore era sintetizzabile nella sua adattabilità.

Sono passati un pò di anni e il calcio si è capovolto. Ormai quasi tutti gli allenatori cambiano sistema di gioco, anche nel corso della stessa partita, frutto di un lavoro preparatorio che allarga le soluzioni (e l’imprevedibilità di una squadra).

Tutto questo per rispondere meglio alle esigenze della gara stessa. Infatti cambiano gli avversari (e i loro atteggiamenti) ma soprattutto sempre più spesso cambiano i componenti della stessa squadra. Rose ampie, turn-over, infortuni sempre più frequenti, costringono il mister a scegliere di volta in volta il sistema di gioco più consono ai giocatori che quel giorno ha a disposizione.

Sta succedendo così anche a Prandelli che, pur prediligendo il 4-3-1-2 con attaccanti piccoli, rapidi e tecnici che non danno punti di riferimento (tipicamente Rossi-Cassano), sta dirottando la squadra sul 4-3-3 con zone di competenze specifiche per ogni giocatore (Pepe-Pazzini-Balotelli) e movimenti ampi per attaccare la profondità.

Così le caratteristiche individuali sono di nuovo al centro dei pensieri degli allenatori.