[pullquote] Mi rivolgevo al corpo: “Come sopporti questo?”. Se ne stava quieto sotto il carico del turno di lavoro, rispondeva da una pazienza sconosciuta.Capivo che era un animale antico, trasmesso fino a me dagli antenati che l’avevano addomesticato a fatiche, pericoli, ferocie, scarsità. Con l’atto di nascita si eredita l’immenso tempo precedente impresso nello scheletro.

di ERRI DE LUCA

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La notte di Capodanno dopo aver dissolutamente mangiato, bevuto e giocato a carte con alcuni vecchi amici toscani mi sono precipitato, saranno state le 3, a finire le ultime pagine di questa intensa lettura.

Frasi corte dal respiro atavico, primordiale, profondo nella semplicità espressiva. Entrarci dentro e rimanare avvolti è un attimo. Tanti i passaggi densi con cui entrare in simbiosi. Uno lo voglio enfatizzare. I due protagonisti non hanno un nome (tantomeno un cognome). La loro identità è data dalle loro personalità, diverse ma accomunate dalla ricerca dell’essenzialità, dalla comunicazione diretta, dove le parole vanno al nocciolo del sentire e dell’essere. Il nome diventa una sovrastruttura inutile.

Frasi sparse, significati sparsi:

“Mi incantavo a sentirla, guardandola in faccia, addirittura in bocca”, “Esistono ragioni che sono peggiori dei fatti”, “Esistono dentro di me chiusure insuperabili…. Ero un bambino viziato dall’isolamento”, “la ricchezza addobba spazi che poi lascia vuoti”, “Non solo da una cima di montagna, anche in un microscopio si scorgono orizzonti”, “senza saper chiedere rimanevo indietro.”

Voto 4/5