[pullquote]Tuttavia bisogna pur sempre osare il paradossale, intraprendere sempre da capo l’impossibile – Herman Hesse, Il pellegrinaggio in oriente[/pullquote]

[dropcaps] H [/dropcaps]o iniziato a vedere il calcio con occhi diversi quando mi sono seduto per la prima volta in panchina. Avevo 16 anni e mi avevano messo (con una certa incoscienza) ad allenare una squadra di Pulcini, classe 72! Quei marmocchi avevano 8 anni e sia loro che il sottoscritto non sapevamo da che parte iniziare. Ma fu amore a prima vista.

Un rapporto intenso durato 4 anni dove crescemmo insieme e durante i quali capii cosa voleva dire tenere un gruppo, motivarlo, migliorare l’individuo all’interno di un collettivo, e quanto era difficile ma necessario rapportarsi col contesto (aspettative dei genitori, pressioni dei dirigenti, rispetto degli avversari, adattamento alle condizioni ambientali, ecc…).

A quei tempi, primi anni 80, ero un giovane liceale che volava sulle piste di atletica. Mi piaceva la partenza dai blocchi, il duello con me stesso, la corsa contro il tempo, la sfida spalla a spalla. Ma parallelamente scoprii la magia dello spogliatoio, la gioia di condividere un’emozione, la sofferenza per un gol subito.

Nel calcio le pulsioni egoistiche e narcisistiche convivono con lo spirito di gruppo e il senso di appartenza. Intesi presto che il compito dell’allenatore era quello di salvaguardare entrambe le spinte e di rafforzare il valore di una squadra con loro sommatoria.

Seguirono altri anni di campo con altre squadre ed altri ragazzi, sempre vissuti con dedizione totale, con voglia di confrontarmi e di costruire legami empatici forti ma sempre meno istintivi e sempre più ragionati. Aumentavo ogni anno il mio bagaglio culturale – conoscenze anatomiche, fisiologiche, auxologiche, metodologiche – che mettevo dentro il mio lavoro. Pianificavo, mi documentavo, sperimentavo. Introducevo idee carpite altrove – dai libri, da altri allenatori, da altre discipline – e ne verificavo l’utilità. Mi sentivo forse più allenatore che istruttore di calcio. Personalmente non possedevo una grande tecnica e utilizzavo i ragazzi più bravi del gruppo per dare l’esempio agli altri ma capivo che ero menomato nei fondamentali come maestro. Eppure lavoravo molto su questi aspetti. Ho sempre pensato che il rapporto palla-piede, la destrezza e la fantasia nell’utilizzo dell’attrezzo fossero da coltivare con pazienza e con applicazione. Cercavo quindi di inventarmi stimoli sempre nuovi forse proprio per sopperire alle mie lacune.

Mi sentivo invece più competente e preparato sulla crescita fisica del ragazzo e sulla costruzione tattica della squadra. E sentivo la loro partecipazione emotiva quando cercavamo insieme di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Lo studio, prima, e i casi della vita, poi, mi portarono a sdoppiare la mia professione. Luca Giannini mi portò al Pisa quando avevo solo 25 anni. Entrai nel club della mia città nell’estate del 1989. Improvvisamente era diventato il preparatore atletico di una squadra vera che partiva con l’obiettivo dichiarato di vincere il campionato di Serie B. Inoltre mi era stata data la squadra dei Giovanissimi regionali che avevo iniziato ad allenare dopo Ferragosto con grande passione e grandi motivazioni.

Durò qualche mese questa mia duplice veste. Poi il Presidentissimo Romeo Anconetani mi costrinse a scegliere. A malincuore lasciai i ragazzi per seguire il mondo del calcio professionistico.

Ancora oggi non so dire se fu la scelta giusta ma sicuramente fu una scelta che mi aprì molte possibilità. Vincemmo il campionato e l’anno successivo conobbi Mircea Lucescu con cui iniziai un lungo cammino insieme, prima a Pisa, poi a Brescia. Gli anni più importanti per la mia crescita professionale. Con lui allargai le mie conoscenze sulla metodologia dell’allenamento aprendo gli occhi sulla Scuola dell’Est europeo e iniziando a capire come rendere razionale e oggettiva la visione di una partita di calcio.

A Brescia dopo Lucescu lavorai anche con Reja e Materazzi e negli anni 90 conobbi, come consulente esterno, molti altri tecnici. Tra i primi Sacchi, Zeman, Hogdson, Ancelotti e Lippi. Un rapporto, quest’ultimo, coltivato negli anni nel rispetto dei ruoli e delle competenze, e che mi ha permesso nel 2006 di partecipare come analista tecnico alla spedizione azzurra alla WC 2006. Un’esperienza indimenticabile e irripetibile. Studiare le partite degli azzurri e dei loro avversari, cercare di trovare gli strumenti didatticamente più efficaci per prepare e motivare giocatori già di altissimo livello.

Insieme ad un mio giovanissimo collaboratore Simone Beccaccioli, avevamo allestito una stanza tecnologica, soprannominata IT-Raum, nel ritiro di Duisburg, per studiare calcio. Un vero e proprio osservatorio multimediale che consentiva di avere statistiche in tempo reale su tutte le partite, digitalizzare e editare immagini, fare elaborazioni grafiche, acquisire camere tattiche dedicate, allestire lezioni individuali o di reparto ai calciatori.

Il rapporto con lo staff di Lippi fu eccellente, a partire da Ciro Ferrara sempre pronto a fare da trait d’union tra noi e la squadra. Ma a qualche anno di distanza mi viene da ripensare in particolare alla partecipazione costruttiva e all’umiltà nell’ascoltare e recepire di campioni navigati come Cannavaro, Gattuso, Pirlo, Materazzi, Totti, Buffon….

Ripercorrere quel Mondiale è ripercorrere un sogno; la chiusura di un cerchio nel mio percorso professionale che ritengo unico (nel bene e nel male) nella sua originalità.

Ho partecipato sempre al seguito di Lippi, ad altre due grandi competizioni mondiali, la Confederation Cup del 2009 e la WC 2010, durante il suo secondo mandato azzurro. Il Sudafrica ci ha portato meno fortuna dal punto di vista dei risultati, ma per me sono comunque state sempre esperienze eccezionali sotto tutti i punti di vista.

In tutti questi anni passati a fare tante cose, anche lontane del campo di gioco, ho sempre voluto tenere uno stretto contatto con il Settore Tecnico, il mondo da cui provengo e a cui devo tutto. Per questo nell’ultimo anno ho dedicato molto tempo a pensare a progetti innovativi che potessero essere utili alla crescita del calcio.

Con Renzo Ulivieri e l’Associazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC) ho ideato un portale (www.assoallenatori.it/mistercalcio) riservato ai tecnici e che offre loro la possibilità di dialogare, aggiornarsi e farsi conoscere.

Sto con grande impegno portando avanti altri progetti con Roberto Baggio, Presidente del Settore Tecnico, e Gianni Rivera, Presidente del Settore Giovanile Scolastico. Tutte iniziative che hanno alla base la valorizzazione dei giovani e i loro processi di formazione. Un ritorno al primo amore.