Avete presente quando i bambini dicono “pappa per dire “mamma ho fame” oppure “nanna” per dire “mamma ho sonno”? Bene questo linguaggio che esprime un significato complesso attraverso delle parole semantiche si chiama linguaggio olofrastico.

Lo hanno inventato i bambini e lo ha adottato una nuova schiera di allenatori (capitanata dal suo teorico Massimo De Paoli) che lo ritengono uno strumento efficace per facilitare l’apprendimento nelle Scuole Calcio (e non solo).

Il meccanismo è addirittura banale. L’allenatore guida l’allenamento con delle parole chiave “corto” “lungo” “apri” “chiudi” ecc.. che il ragazzo associa rapidamente alle propria percezioni spazio-temporali fino a capire come muoversi sul campo, da solo e in relazione agli altri.

Immaginate, infatti, il campo di calcio come una casa fatta di tante stanza (tra le linee, in area, sulle fasce, ecc…). E’ importante che nelle fasi sensibili dell’apprendimento il bambino acquisisca queste capacità percettive, come ad esempio la visione periferica, perchè questi spazi (a differenza del salotto o della cucina di casa) non sono fissi ma cambiano in funzione della posizione della palla, dei compagni e degli avversari.

Nella progressione didattica l’acqusizione di queste capacità percettive sono poi abbinate ai gesti tecnici e ai principi di tattica individuale e tattica collettiva. L’associazione tra percezione spazio-temporale e abilità tecnica è essenziale nel gioco del calcio. Ci sono in serie A giocatori abilissimi nel dribbling ma che non sanno quando e e dove farlo per cui la loro tecnica perde di efficacia.

Quando penso a questi ambiti di ricerca mi vengono subito in mente certi dribbling lunghi e reiterati, alla fine poco efficaci, di Krasic. Sono sicuro che col lui, considerando anche i problemi con la lingua italiana, un ritorno al linguaggio olofratico potrebbe essere molto utile.